Spiegazione: perché la banca centrale indiana reprime l'arbitraggio valutario

Spiegazione: perché la banca centrale indiana reprime l'arbitraggio valutario
Devesh Kumar
02 apr 2026, 08:08 AM
  • La RBI limita le posizioni in rupia delle banche a $100m, vieta l'emissione di NDF.
  • La chiusura del 'rupee basis' aumenta la domanda di dollari e mette sotto pressione la RBI.
  • Le banche detengono $30–$40 billion di posizioni esposte, accumulate da quando la guerra in Iran si è intensificata.

La banca centrale indiana è intervenuta per sostenere la rupia con un ampio pacchetto di misure d'emergenza, come il limite alle posizioni valutarie delle banche e il divieto dei forward non deliverable sulla rupia, mentre la valuta cede sotto il peso di l'impennata dei prezzi del petrolio e del più intenso deflusso di capitali esteri dai mercati emergenti degli ultimi anni.

Perché la RBI ha agito

La rupia è caduta di quasi il 4% solo nel mese di marzo, sommando perdite di circa il 4% nei dodici mesi precedenti.

I prezzi più elevati del petrolio hanno ampliato il deficit delle partite correnti dell'India, mentre i fondi stranieri hanno accelerato l'uscita dagli asset indiani, erodendo le riserve esterne che in precedenza ammortizzavano la valuta.

La Reserve Bank of India ha dichiarato martedì che stava inoltre adottando misure per reprimere il trading speculativo.

Le misure d'intervento

La RBI è intervenuta in due fasi — il 27 marzo e il 2 aprile — schierando un pacchetto di strumenti tipici dei periodi di crisi.

Le posizioni nette aperte in rupia delle banche sono state limitate a $100 million, nettamente inferiori rispetto al precedente limite fino al 25% del capitale regolamentare.

La banca centrale ha anche vietato l'emissione di forward non deliverable sulla rupia per clienti sia nazionali sia esteri, una mossa che ha preso di mira direttamente il mercato offshore dove si era accumulata pressione speculativa.

Il trade 'rupee basis' e il suo ritorcersi contro gli operatori

Una delle strategie di arbitraggio più attive nello spazio India-dollaro — il cosiddetto trade "rupee basis" — si è rivolta nettamente contro chi la praticava.

La strategia prevedeva lo short dei forward non deliverable sulla rupia mantenendo posizioni long in forward onshore, sulla base dell'aspettativa che i tassi NDF offshore si quotassero a un premio rispetto ai livelli onshore.

Quando il tasso spot è sceso martedì, il trade ha prodotto l'effetto opposto a quello previsto: ha intensificato la domanda di dollari, amplificato la pressione di vendita sulla rupia, attenuato l'impatto dell'intervento della RBI e sollevato nuovi interrogativi sulla profondità delle riserve in valuta estera della banca centrale.

Le banche — statali, private e straniere — avevano accumulato un'esposizione complessiva compresa tra $30 billion e $40 billion in tali posizioni, gran parte della quale si è accumulata da quando il conflitto in Iran si è intensificato.

Impatto su banche e costi di copertura

Il divieto di emissione di NDF sulla rupia ha costretto a un'improvvisa chiusura delle posizioni di copertura detenute da banche e società, aumentando il costo di ridurre l'esposizione al rischio in un momento in cui le perdite sono già in aumento.

Il differenziale tra i tassi forward onshore e i tassi NDF offshore determina il costo della chiusura di tali posizioni, e un allargamento dello spread potrebbe amplificare ulteriormente le perdite.

Le regole più restrittive della RBI sui leveraged basis trades dovrebbero inoltre ampliare il divario tra i rendimenti dei titoli sovrani domestici indiani e i loro equivalenti offshore.

La rupia potrebbe registrare un rimbalzo nel breve termine poiché la chiusura dei basis trades costringerà banche e operatori a vendere dollari nel mercato onshore.

Tuttavia, le misure rischiano di isolare il mercato onshore indiano e di allontanarlo ulteriormente dall'obiettivo dichiarato dalla RBI di integrare i mercati NDF e quello onshore delle valute.

La capacità di intervento della banca centrale continuerà a essere messa alla prova finché i prezzi del petrolio resteranno elevati e i deflussi di capitali esteri persisteranno.