Kospi in calo dopo che l'Iran reclama controllo dello Stretto di Hormuz

Kospi in calo dopo che l'Iran reclama controllo dello Stretto di Hormuz
Devesh Kumar
09 apr 2026, 05:31 AM
  • I mercati asiatici si fanno cauti mentre le tensioni su Hormuz spingono nuovamente il petrolio.
  • Il greggio rimbalza, riaccendendo timori su inflazione e tassi d'interesse.
  • I segnali della Fed e i futures indicano un sentimento di rischio più fragile.

I mercati asiatici erano sulle spine giovedì, mentre il rinnovato attrito sullo Stretto di Hormuz ha inquietato gli investitori, spingendo ancora una volta i prezzi del petrolio verso l'alto e riaccendendo timori su inflazione, approvvigionamenti energetici e prospettive sui tassi d'interesse.

Il tono più cautelativo è seguito a un deciso rimbalzo di sollievo il giorno precedente, quando i mercati avevano tratto conforto dalla speranza che le tensioni nel Golfo potessero attenuarsi.

Quell'ottimismo è svanito dopo che l'Iran ha dichiarato di controllare lo Stretto di Hormuz e di voler imporre un pedaggio alle navi che transitano, una mossa che ha alimentato il timore di nuove interruzioni in uno dei corridoi energetici più importanti al mondo.

Lo Stretto di Hormuz trasporta circa un quinto dei flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto, rendendo qualsiasi minaccia al traffico particolarmente significativa per i mercati globali.

Le tensioni nello Stretto di Hormuz tornano al centro

I prezzi del petrolio sono saliti mentre i trader rivalutavano il rischio di forniture più ristrette.

Il greggio statunitense è salito del 2,82% a $96.99 al barile, mentre il Brent ha aggiunto il 2,14% a $96.74, recuperando parte del calo della sessione precedente mentre il mercato rivedeva al rialzo un premio per il rischio geopolitico.

Quel rimbalzo del greggio ha dato il tono alle contrattazioni su scala più ampia nella regione.

Gli investitori che nella sessione precedente avevano comprato nell'ambito di un trade di sollievo legato a un cessate il fuoco sono stati costretti a riconsiderare se la tregua sarebbe stata sufficiente a stabilizzare i trasporti e contenere le ricadute economiche del conflitto.

Ne è risultata una maggiore cautela su azioni, valute e tassi d'interesse.

Le azioni perdono slancio

Il Nikkei 225 giapponese è rimasto sostanzialmente invariato dopo il balzo del 5,4% di mercoledì, suggerendo che la precedente ondata di ottimismo aveva già iniziato a dissolversi.

Il KOSPI sudcoreano è scivolato dello 0,4%, restituendo parte dei guadagni eccezionali della sessione precedente mentre i trader sono diventati più selettivi nell'assunzione di rischio.

Anche i futures statunitensi indicavano un avvio più debole.

I futures sull'S&P 500 scendevano dello 0,2%, mentre i futures sul Nasdaq 100 calavano della stessa misura, indicando che anche Wall Street assumeva una visione più cauta sugli ultimi sviluppi.

In Europa il quadro era misto, con i futures sull'Euro STOXX 50 in leggero rialzo, i futures sul DAX tedesco in calo e i futures sul FTSE 100 moderatamente più forti.

Riaffiorano i timori di inflazione

Il nuovo aumento del petrolio ha riportato l'inflazione al centro della narrativa di mercato.

I prezzi energetici più elevati si trasmettono rapidamente ai costi dei trasporti, della manifattura e delle famiglie, e gli investitori temono sempre più che un'ulteriore fase sostenuta di rialzo del greggio possa complicare il percorso della disinflazione.

Questa preoccupazione è stata rafforzata dai verbali più recenti della Fed, che hanno mantenuto un tono sostanzialmente neutro sulla crescita ma hanno mostrato che un numero crescente di responsabili di politica monetaria vedeva un possibile motivo per tassi più alti se l'inflazione rimanesse elevata.

I mercati hanno progressivamente ridotto le aspettative di allentamento, con i futures sui fed funds che ora implicano solo tagli minimi per il resto dell'anno.

Questo segna un chiaro spostamento rispetto alle ipotesi più accomodanti viste solo settimane fa.

Obbligazioni e valute riflettono cautela

I rendimenti dei Treasury sono rimasti elevati mentre gli investitori valutavano la prospettiva che un'inflazione energetica persistente possa mantenere la politica monetaria più restrittiva più a lungo.

Il rendimento del Treasury a 10 anni si attestava al 4,29%, ben al di sopra dei livelli osservati all'inizio dell'ultimo episodio di tensione geopolitica, suggerendo che gli investitori obbligazionari non sono più convinti che il solo peggioramento del sentiment di rischio basti ad abbassare i rendimenti.

Anche i mercati valutari riflettevano il tono incerto.

Il dollaro è rimasto sostanzialmente invariato, mentre l'euro si è mantenuto vicino a un recente minimo e lo yen è rimasto al centro dell'attenzione come valuta rifugio tradizionale.

Oro e petrolio sono saliti leggermente, un altro segnale che gli investitori stavano ricostruendo alcune protezioni contro il rischio di ulteriori turbamenti.

Cosa osservano i mercati

Per ora, la prossima mossa dipenderà dal fatto che le tensioni intorno a Hormuz si aggravino ulteriormente o che la retorica più recente si riveli più una posa che una politica concreta.

Qualsiasi concreta interruzione del traffico marittimo intensificherebbe rapidamente le preoccupazioni su approvvigionamenti, inflazione e il rigore delle banche centrali.

Questo lascia i mercati in una posizione fragile.

Il rally di sollievo di mercoledì ha mostrato quanto rapidamente il sentiment possa migliorare quando la minaccia di escalation si attenua, ma le contrattazioni di giovedì hanno evidenziato con altrettanta chiarezza l'effetto opposto.